VALENTINA, DAL BIOTECH UNISR A OLANDA E SVEZIA: VITA DI UN’ITALIANA FUORISEDE

Una passione per la scienza, moltissimi viaggi in giro per il mondo e una vita all’estero (almeno per adesso). Valentina Bernasconi è una giovane ricercatrice, laureata in Biotecnologie presso la nostra Università, una dei tanti “cervelli in fuga” che decidono, per voglia o per costrizione, di continuare la loro formazione fuori dall’Italia. In questa bella intervista ci parla di sé e della sua esperienza di “Italiana fuorisede”.

Valentina, raccontaci un po’ dei tuoi studi
Sono nata e cresciuta – quasi 28 anni fa – in un paesino alla periferia di Milano, dove ho frequentato il Liceo Scientifico. Dopo la Laurea Triennale in Biotecnologie Mediche e Farmaceutiche, conseguita presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, nel 2013 ho conseguito la Laurea Magistrale in Biotecnologie Mediche, Molecolari e Cellulari, sempre presso questa Università, con una tesi sperimentale su vettori poxvirali ricombinanti esprimenti diverse proteine del virus dell’influenza come vaccini antinfluenzali.

Hai sempre avuto una passione per la scienza?
Posso dire di sì. Un Natale i miei genitori mi hanno regalato un microscopio-giocattolo e ho trascorso l’estare successiva in giardino a raccogliere ali di insetto, fiori e foglie da incollare ai vetrini.

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Forse questo fatto ha condizionato la mia vita. Ricordo ancora la delusione quella volta che mia mamma gettò nella spazzatura le uova di gamberetto incluse nella confezione perché puzzavano troppo! Adoro anche il mare e le immersioni subacquee; il mio sogno da bambina era diventare una biologa marina e viaggiare per il mondo. Un giorno ho veramente conosciuto una biologa marina: mi ha raccontato di essere stata mandata per sei mesi su una nave ormeggiata a largo della costa Islandese per monitorare un gruppo di balene, senza nemmeno l’ombra di uno stipendio! Mi sono detta: “Al freddo? Mai! Voglio restare chiusa in un laboratorio!” (e poi invece sono finita in Svezia…). 

Quando hai realizzato che avresti voluto fare la ricercatrice?
Il giorno dell’Open Day del Corso di Laurea in Biotecnologie al San Raffaele. Era l’inverno prima della maturità e sono rimasta piacevolmente impressionata dalla presentazione del lavoro di ricercatore che ci è stata fatta. La passione per i virus e i vaccini è nata più avanti, durante le lezioni di virologia all’Università.

Perché hai scelto proprio l’Università Vita-Salute San Raffaele?
Perché ero sicura che una struttura all’avanguardia come la nostra, con docenti rinomati nel campo scientifico, mi avrebbe dato una preparazione migliore e maggiori opportunità lavorative.

Sei una ragazza che viaggia molto? Quali/quanti Paesi hai visitato?
Ho iniziato a viaggiare molto prima di cominciare l’Università. I miei genitori sono appassionati di viaggi, e con loro ho visitato molti paesi al di fuori dell’Europa (Malesia, Polinesia Francese, Cuba, Santo Domingo, USA, Maldive, Mauritius, Seichelles, Giappone, Marocco, Egitto, Tanzania, Kenya, Tailandia…). Dopo aver ottenuto una borsa di studio Marie Curie Action per finanziare il mio Dottorato di Ricerca, sono stata mandata in vari paesi Europei per corsi pratici e teorici e conferenze (UK, Grecia, Francia, Germania, Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia, Irlanda, Spagna…).

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Dopo la Laurea Magistrale dove ti sei trasferita? Perché proprio lì?
Mi sono trasferita a Leida, in Olanda, per lavorare per una multinazionale che produce vaccini; alcune mie colleghe si erano recentemente trasferite lì e lavoravano nella stessa azienda. C’erano varie posizioni aperte, ho mandato il mio curriculum, ho ottenuto un colloquio e sono stata assunta. Mi piaceva l’idea di fare un’esperienza lavorativa in un’azienda: l’ambiente e le condizioni di lavoro sono molto diverse da quelle che si trovano in università. In futuro mi piacerebbe avere la possibilità di tornare a lavorare in una realtà aziendale.

Di cosa ti occupavi in Olanda?
In azienda ero un tecnico di laboratorio e lavoravo nel gruppo di Generazione Vaccini. Mi occupavo di testare la stabilità di vettori adenovirali esprimenti proteine del virus Ebola. Tutti i miei colleghi erano molto giovani, spesso uscivamo assieme e durante tutta l’estate posso dire di aver girato l’Olanda in lungo e in largo. Tutti parlavano inglese, quindi non ho mai avuto problemi con la lingua. E anche aprire il mio primo conto in banca è risultato una passeggiata. Vivevo in una casetta di legno nel giardino di una famiglia olandese. Si sono presi cura di me e ancora oggi sono in contatto con loro!

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Un giudizio sui Paesi Bassi?
L’impatto con l’Olanda è stato molto positivo, ero davvero contenta di fare un’esperienza all’estero. Mi sono trasferita là all’inizio della primavera, quando i campi si riempiono di fiori e il clima diventa piacevole. Paesaggi meravigliosi, credetemi! Il giorno dopo essermi trasferita ho comprato una bicicletta di seconda mano: essenziale!

Dopo l’Olanda, la Svezia: come mai? Che lavoro stai svolgendo?
Ho vinto una borsa di studio Marie Curie per un Dottorato in Immunologia e ora vivo a Göteborg (non ho avuto idea di dove Göteborg fosse posizionata sulla cartina geografica fino al colloquio telefonico con il mio attuale capo!). Mi occupo di testare varie formulazioni di vaccini a subunità contro l’influenza. In più, tengo corsi pratici in laboratorio per gli studenti universitari in materie biomediche. Vivo in Svezia da due anni e mezzo, a breve sosterrò’ l’esame di metà dottorato, dopodiché avrò ancora due anni prima della discussione finale.

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Che differenze hai incontrato rispetto alla vita olandese?
La gente in Svezia sembrava fredda e distaccata e ho fatto fatica a fare amicizia con i locali, per questo ho cercato una comunità di italiani. Ancora oggi ho più amici stranieri che svedesi, ma la fortuna è proprio di essere capitata in un gruppo molto internazionale. Gli inverni svedesi sono lunghi, freddi e bui. L’esperienza di avere sei ore di luce in tutta una giornata è abbastanza destabilizzante. La difficoltà maggiore, però, è stata trovare casa: liste d’attesa di anni per avere un appartamento in città, affitti in nero con prezzi esorbitanti. Alla fine posso ritenermi fortunata, ho trovato casa con un contratto stabile dopo un anno con l’aiuto di una collega che non finirò mai di ringraziare.

Un’esperienza all’estero è fondamentale per un giovane ricercatore?
Si, lo è, forma il carattere e dà un input alla carriera. Si conoscono nuove persone, si fa esperienza di vita, si impara a cavarsela da soli e si ha l’occasione di visitare molti paesi. Lavorativamente, si ha la possibilità di confrontarsi con altre realtà, conoscere nuovi metodi e imparare nuove tecniche.

Condividi con noi un bel ricordo di questi anni vissuti fuori casa
Potrei raccontarvi mille aneddoti, ma credo che il più divertente riguardi una delle fotografie più costose che qualcuno mi abbia mai scattato. L’appartamento dove tuttora vivo era completamente senza mobili quando mi ci sono trasferita; ho dovuto affittare un camioncino e girare per la città per comprare divano, tavolo, sedie e letto, tutto di seconda mano per risparmiare un po’. Ho guidato per un totale di 150km quel giorno. Era una bella giornata di fine maggio. Qualche giorno dopo ho ricevuto una lettera con una foto e una notifica della polizia stradale: ho preso una multa di €200 per eccesso di velocità (per 5km/h sopra il limite: in un tratto di strada dove il limite scendeva da 70km/h a 50km/h per lavori in corso, io guidavo a 55km/h!). Se avessi ordinato tutti i mobili nuovi da IKEA (con consegna a domicilio), avrei sicuramente risparmiato!

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Che consiglio daresti a un giovane che decide di studiare e lavorare all’estero? Quanto spirito di adattamento ci vuole?
Di spirito d’adattamento ce ne vuole, parecchio! Lasciare casa, famiglia, amici e quotidianità per trasferirsi in una città nuova, dove non conosci nessuno e la gente non parla la tua stessa lingua non è facile: devi scontrarti con una cultura diversa, magari un altro clima, stile di vita differenti rispetto a quelli a cui sei abituato. Devi organizzarti con il lavoro, il conto corrente, la casa. Trovare nuovi amici, hobbies e routine. E ogni volta che ti trasferisci, ricominci tutto da capo: può risultare frustrante. Prima di partire non mi rendevo pienamente conto di tutto questo, non avevo mai parlato approfonditamente con qualcuno che avesse affrontato la stessa esperienza prima. Il mio consiglio è: parlate con persone che hanno intrapreso questa strada prima di voi e chiedete pareri e consigli. Nessuno più di loro vi sarà di aiuto!

Dove ti piacerebbe vivere stabilmente? Progetti di ritornare, un giorno, in Italia?
L’Olanda mi è rimasta nel cuore, ma casa mia è l’Italia. Sì, spero di poter rientrare un giorno con un buon posto di lavoro e spero di non finire per sentirmi una straniera nel mio paese d’origine! 🙂

Assieme ad altri italiani “expat”, la storia di Valentina è stata anche raccontata dal Corriere della Sera in quest’articolo (la trovate al #10): “I primi cento giorni all’estero – Come fare per sopravvivere” (https://goo.gl/brmyYr).

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