Il “pacemaker cerebrale” che potrebbe rallentare il declino dell’Alzheimer

L’Alzheimer è la causa più frequente di demenza neurodegenerativa nell’anziano. Questa demenza consiste nella perdita del funzionamento cognitivo – pensare, ricordare e ragionare – e in disturbi comportamentali tanto da interferire con la vita e le attività quotidiane di una persona. Gli effetti della malattia sono devastanti, tanto per i pazienti quanto per le loro famiglie.

Mentre la maggior parte dei trattamenti per la malattia di Alzheimer si concentra sul miglioramento della memoria, i ricercatori della Ohio State University Wexner Medical Center hanno condotto uno studio volto a rallentare il declino delle capacità decisionali e di risoluzione dei problemi in questi pazienti. Per la prima volta, i chirurghi hanno impiantato sottili fili elettrici nei lobi frontali del cervello dei pazienti con Alzheimer per determinare se l’uso di un pacemaker cerebrale potesse migliorare le capacità cognitive, comportamentali e funzionali in pazienti con questa forma di demenza.

L’impianto di stimolazione cerebrale profonda (“deep brain stimulation”, DBS) è simile a un dispositivo di pacemaker cardiaco, con l’eccezione che i fili del pacemaker sono impiantati nel cervello anziché nel cuore: una batteria inserita nel torace invia correnti elettriche attraverso i fili.

Immagine modificata da ShutterStock e Servier Medical Art by Servier, https://smart.servier.com/
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Abbiamo a disposizione numerosi strumenti e trattamenti per aiutare la memoria dei malati di Alzheimer, ma non abbiamo nulla per aiutarli nell’esecuzione dei compiti della vita quotidiana come fare il letto, scegliere cosa mangiare e socializzare con amici e familiari”, ha detto il Dott. Douglas Scharre, co-autore dello studio e direttore della Divisione di Neurologia Cognitiva presso l’Ohio State’s Wexner Medical Center. “Il lobo frontale è responsabile della nostra capacità di risoluzione dei problemi, organizzazione e buon senso. Stimolando questa regione del cervello, la funzionalità cognitiva dei pazienti è diminuita più lentamente rispetto al tipico paziente con Alzheimer”.

Tutti e tre i pazienti che hanno ricevuto l’intervento di DBS lo hanno tollerato bene e hanno mostrato un rallentamento della progressione dei sintomi, tra cui LaVonne Moore, 85 anni, del Delaware, Ohio, che prima dell’impianto non era in grado di cucinare i pasti o di vestirsi senza aiuto. Tre anni e mezzo dopo, ha riacquisito indipendenza per pianificare le uscite, scegliersi i vestiti, ed è ancora in grado di suonare i suoi inni preferiti al pianoforte. Suo marito, Tom Moore, 89 anni, afferma che la sua malattia di Alzheimer è progredita, ma più lentamente di quanto si aspettasse.

Tom Moore si prende cura di sua moglie LaVonne, che ha la malattia di Alzheimer. Un pacemaker impiantato che invia una stimolazione elettrica al cervello di LaVonne ha rallentato la progressione dei suoi sintomi, consentendole di mantenere una funzionalità nelle attività della vita quotidiana più a lungo. Photo credit: Ohio State University
Tom Moore si prende cura di sua moglie LaVonne, che ha la malattia di Alzheimer. Un pacemaker impiantato che invia una stimolazione elettrica al cervello di LaVonne ha rallentato la progressione dei suoi sintomi, consentendole di mantenere una funzionalità nelle attività della vita quotidiana più a lungo. Photo credit: Ohio State University

È ANCORA NECESSARIO ESSERE PRUDENTI

Il Dott. Scharre ha dichiarato che lo studio pilota risulta promettente nel consentire ai malati di Alzheimer di mantenere le funzioni mentali più a lungo, migliorando la loro qualità di vita. Tuttavia, gli esperti sono giustamente prudenti nell’esprimere il loro entusiasmo, poiché solo tre partecipanti hanno preso parte allo studio e si ritengono necessarie ulteriori ricerche. Il Dott. Doug Brown, Direttore della Ricerca e dello Sviluppo presso l’Alzheimer’s Society, afferma: “Dato che in oltre un decennio non abbiamo avuto nuovi trattamenti per la demenza, è incoraggiante vedere che tecniche utilizzate per altre malattie vengano testate per la demenza. Ma sarà comunque necessario condurre ulteriori ricerche più approfondite prima di poter trarre conclusioni definitive”.

Il Prof. Massimo Filippi, Ordinario di Neurologia e Direttore dell’Unità di Neuroimaging Quantitativo presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, aggiunge: “Sebbene i risultati del presente studio siano molto preliminari, sono promettenti in quanto, in mancanza di una prevenzione primaria della malattia, la DBS può aiutare a ridurne i sintomi clinici. Poiché la neurodegenerazione si sviluppa gradualmente e i primi cambiamenti nel cervello avvengono anni – probabilmente decenni – prima dell’esordio clinico della malattia, l’effetto delle DBS dovrebbe essere esplorato in fase precoce in soggetti a maggior rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer, come pazienti con decadimento cognitivo lieve e positività per biomarcatori suggestivi di patologia Alzheimer”.

I ricercatori progettano ora di esplorare metodi non chirurgici per stimolare il lobo frontale – un’opzione che sarebbe meno invasiva per rallentare i sintomi della malattia di Alzheimer.

Il Prof. Massimo Filippi
Il Prof. Massimo Filippi

Traduzioni dall’inglese a cura del Redattore

L’IRCCS Ospedale San Raffaele non applica la stimolazione cerebrale profonda per la malattia di Alzheimer (in quanto procedura sperimentale), tuttavia la utilizza correntemente per i disturbi del movimento (in particolare per la malattia di Parkinson) fin dal 2004. In tale campo di applicazione è infatti una terapia ampiamente riconosciuta a livello internazionale e inclusa nelle linee guida per il trattamento di Parkinson, tremore e distonia.

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