SCACCHI, CHI VINCE? UOMO VS. INTELLIGENZA ARTIFICIALE

“Siri” di Apple, “Alexa” di Amazon, Google Translate…sin dai suoi esordi negli anni 50, l’intelligenza artificiale ha fatto passi da gigante. Ma tra uomo e robot, chi vince? Il progresso tecnologico potrà sostituirsi, o almeno avvicinarsi, all’intelligenza umana? Hanno esplorato la questione Francesco Putortì e Francesco Masi, nostri studenti al 4° anno del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia, responsabili del Club di scacchi dell’Università e autori di questo articolo.

Gli scacchi sono un gioco da tavolo nel quale due contendenti, ciascuno col proprio esercito, si affrontano su una scacchiera al fine di piegare lo schieramento nemico catturandone il condottiero, il re. Essi non sono solo un semplice passatempo ma anche l’antico lascito di epoche i cui contorni sfocano fra storia e mitologia: c’è chi racconta che essi nacquero nel lontano Oriente per esaudire il desiderio di svago di un principe annoiato; chi sostiene d’aver sentito di un incauto sovrano persiano al quale venne spiegata l’importanza di ciascuno dei propri sudditi proprio grazie agli scacchi. Al di là dell’origine più o meno colorita, gli scacchi si sono imposti oggi nel immaginario comune come il “gioco dei Re” – secondo la fortunata definizione del micologo Pyrame de Candolle, “essi costituiscono infatti un riassunto dell’Universo, un microcosmo che raffigura la grande scala [..] che dagli abissi insondabili rimonta fino all’infinito di Dio”.

Proprio come nel caso delle guerre reali, non esistono due partite a scacchi che si siano svolte con la stessa sequenza di mosse (o almeno la probabilità è infinitesima!). La complessità delle possibilità del gioco può quindi offrire un banco di prova per testare la potenza di calcolo dei più moderni computer che, cercando di prevedere tutte le infinite mosse e contromosse, “assaggiano” un pizzico di questo microcosmo dominato da sempre dall’uomo. Questo primato oggi è messo a repentaglio – per ora sul piano squisitamente ludico ma non filosofico – dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Photo credit: ShutterStock
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L’impeto dello slancio tecnologico del secolo scorso ha portato alla luce “Deep Blue”, un computer che, grazie alla sua immensa capacità di calcolo, riusciva a “capire” quale fosse la mossa migliore da giocare pensando a qualsiasi risposta o sequenza di risposte l’avversario avrebbe potuto attuare. Deep Blue affrontò il grande campione Garry Kasparov nel marzo del 1997 facendo segnare un risultato assolutamente inedito e significativo sul tabellone della squadra dei robot: un pareggio contro ogni pronostico. Deep Blue, nome che richiama il supercomputer del celebre romanzo “Guida galattica per autostoppisti” che avrebbe dovuto spiegare l’origine dell’universo, sembrava davvero il prodromo di una nuova generazione di calcolatori che si sarebbero potuti confrontare con l’uomo con pari dignità intellettuale.

Ben presto, si capì che nonostante la potenza di calcolo venisse continuamente aumentata, essa non bastava a colmare l’infinito di possibilità degli scacchi. D’altronde tale complessità, in principio sottostimata, apriva un dilemma non da poco: la mente di uno scacchista di alto livello, riesce a sostenere una forza di calcolo così grande? Il problema in verità è che alcune mosse, sulla carta fattibili, risultano sciocche alla mente di un giocatore di grande levatura e perciò non vengono neppure prese in considerazione. Era necessario un razionale, attraverso il quale permettere al computer un giudizio qualitativo circa i possibili movimenti e quindi sulla “situazione di gioco”.

Da sinistra: Francesco Putortì e Francesco Masi, responsabili del Club di scacchi UniSR. Photo credit: Giorgia Morisi
Da sinistra: Francesco Putortì e Francesco Masi, responsabili del Club di scacchi UniSR. Photo credit: Giorgia Morisi

Interviene l’intelligenza artificiale. Nell’ottobre del 2017 viene alla luce il progetto AlphaZero, primo elaboratore al mondo che “impara” autonomamente giocando un match dopo l’altro. L’esperienza accumulata gli permette di processare un numero minore di possibili mosse ma di analizzare a fondo quelle che sono più “promettenti”.  Il risultato è strabiliante: in poche ore il computer sconfigge i migliori softwere pre-esistenti basati sul vecchio algoritmo.

Che l’uomo si trovi ad un passo dall’essere definitivamente scalzato dall’avvento delle macchine anche in questo campo?  È ancora presto per affermarlo con certezza, tuttavia probabilmente è solo una questione di tempo prima che ciò accada. Lo spettro del “Grande Fratello” di Orwelliana memoria aleggia sull’umanità ma in fondo l’uomo forse non sta perdendo ciò che più lo contraddistingue come essere senziente. Parafrasando Dostoevskij, l’uomo è l’unico essere sulla faccia della terra che, compiuta una fine analisi della “situazione di gioco” in cui si trova, talora sceglie di non giocare la mossa più accurata per vincere la partita ma quella che controintuitivamente lo pone in una situazione di svantaggio. Questa decisione deliberata a favore del bene minore attesta la sua stessa libertà di scelta. Dunque, è forse questo libero arbitrio la quintessenza dell’uomo che le macchine sono ben lungi dall’emulare.

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Photo credit: Giorgia Morisi
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