Ecco il Blue Monday: ma un po’ di tristezza può farci bene. Il commento del Prof. Malgaroli

Articolo a firma del Prof. Antonio Malgaroli, Ordinario di Fisiologia presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele.

Capodanno è trascorso, siamo ineluttabilmente scivolati nel 2019. Sono passati solo pochi minuti e già si insinuano le parole profetiche di Eraclito “Su di un cerchio ogni punto d’inizio è anche un punto di fine” e così ci vediamo tristemente alle porte del 2020, sintomo di una velata malinconia, frammista ad un certo grado di pessimismo. Ne sono complici la nostalgia per le vacanze di Natale appena trascorse, un Capodanno che forse avremmo voluto vivere diversamente, i buoni propositi non sempre rispettati, le inevitabili spese pazze degli ultimi giorni e i pochi soldi rimasti (a poco serve riflettere su quello che gli psicologi chiamano l’hedonistic adaptation, che tradotto in termini nostrani suona come “i soldi non fanno mai la felicità”)!

Photo credit: ShutterStock
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In aggiunta ai tanti impegni di studio e di lavoro che ci attendono, il mese di Gennaio può diventare un vero incubo, un mese difficile, forse il mese più “buio” dell’anno. Sulla base di un sondaggio, Cliff Arnall dell’Università di Cardiff ha in effetti “scoperto” che il giorno più triste dell’anno cade proprio nel mese di Gennaio, più precisamente coincide con un suo lunedì, il terzo lunedì del mese, che ha denominato Blue Monday.

Possibile che tutta l’umanità, composta da gente così diversa, che vive in luoghi diversi, per clima, numero di ore di luce e di buio, altitudine, densità di popolazione, cultura… sincronizzi il proprio tono dell’umore su uno specifico giorno del calendario? Sembra assurdo.

L’UTILITÀ DELLE EMOZIONI NEGATIVE

La depressione è una malattia seria, che non va sottovalutata, che colpisce buona parte della popolazione e va curata con grande attenzione. Se però parliamo di persone che non soffrono di depressione, che problema può rappresentare una lieve tristezza della durata di pochi giorni? E perché considerarla un fenomeno solo negativo, da evitare a tutti i costi, quasi patologico, come se dovessimo essere tutti individui perennemente felici e gioiosi? Chi lo sostiene non considera che le emozioni positive e negative non hanno sempre conseguenze di pari segno.

Le emozioni negative come rabbia, tristezza, paura, disgusto, possono essere interpretate come adattamenti evolutivi alle minacce che i nostri antenati dovevano affrontare nella vita di tutti i giorni e per questo portano con sé alcuni aspetti positivi: la rabbia suscita l’impulso di attaccare, la paura l’impulso di fuggire, la tristezza spinge a stare tranquilli, possibilmente in un luogo riparato, proteggendoci. Ad esempio, nella preistoria, uscire dal proprio rifugio in condizioni di buio, freddo o intemperie poteva essere pericoloso; allo stesso modo, uno sconosciuto non veniva subito accolto gioiosamente e con piena fiducia, per evitare l’eventualità di essere derubati o uccisi.

In questa prospettiva evolutiva, le emozioni negative ci fanno riflettere, restringono la gamma dei nostri pensieri e delle nostre azioni, le focalizzano promuovendo solo quelle che aumentano la sopravvivenza nel momento in cui si debbano affrontare situazioni difficili e potenzialmente letali, ci allertano sui pericoli e sui potenziali errori, ci rafforzano: ci fanno risparmiare energie, preparandoci ad un futuro di successo.

Le emozioni protagoniste di “Inside Out”©, il film animato Disney Pixar©. Da sinistra: Paura, Rabbia, Gioia, Disgusto, Tristezza. Nel lungometraggio si riconosce il ruolo positivo – e a volte necessario – della tristezza.
Le emozioni protagoniste di “Inside Out”©, il film animato Disney Pixar©. Da sinistra: Paura, Rabbia, Gioia, Disgusto, Tristezza. Nel lungometraggio si riconosce il ruolo positivo – e a volte necessario – della tristezza.

D’altro canto, le emozioni positive, che tutti noi desideriamo sempre provare, possono in certe circostanze danneggiarci, metterci a rischio. Esse portano automaticamente a fidarci dell’altro, a connetterci con chi non si conosce, ampliano il repertorio di azioni mentali delle persone, a volte facendoci compiere azioni folli e insensate: non sono facili da interpretare utilizzando un semplice metro evolutivo che si basi sulla selezione negativa degli individui meno performanti. Che vantaggio evolutivo potrebbe dare la felicità al singolo individuo? Un modo è quello di considerare le ricadute benefiche sul gruppo, sulle persone che lottano per la stessa causa. Le emozioni positive generano nuove collaborazioni, migliorano le interazioni sociali, aumentano la coesione e quindi la produttività del gruppo, generando conseguenze positive in termini di sopravvivenza del gruppo nel suo complesso, e quindi della specie. Ma se attivate nel contesto sbagliato, in un contesto difficile, diventano pericolose.

Ci fanno dormire sugli allori, disperdere su troppi obiettivi, ci fanno perdere energie, non ci preparano alle sfide, generano un eccesso di fiducia in noi stessi che fa abbassare le difese e che non ci allerta sui pericoli imminenti. La felicità dura poco perché è molto dispendiosa e perché, se inappropriata e continuativa, ci mette a rischio. Questo il senso fisiologico dell’hedonistic adaptation di cui parlavamo prima. Un pizzico di emozioni negative è necessario e non va per forza combattuto.

Non preoccupiamoci dunque troppo di queste eventuali correlazioni, e impariamo a goderci quella leggera tristezza e malinconia che connota certi nostri giorni, forse anche il terzo lunedì di Gennaio, che ha una sua utilità purché rimanga confinata e svanisca rapidamente.

Photo credit: ShutterStock
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