15 Marzo, Giornata dei Disturbi Alimentari: intervista doppia agli esperti

Alterazione delle abitudini alimentari, marcata preoccupazione per il peso corporeo e per le forme corporee: queste le caratteristiche principali dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). Il 15 marzo è la Giornata del Fiocchetto Lilla, istituita per sensibilizzare le persone sui disturbi dell’alimentazione e della nutrizione. Un disturbo del comportamento alimentare cambia completamente la vita di chi ne soffre, ne limita le capacità relazionali, lavorative e sociali: tutto infatti sembra ruotare intorno al cibo e alla percezione corporea. Tali pensieri sono presenti costantemente nel corso della giornata, non solo a tavola: la loro intensità e intrusività, assumendo la forma di una vera e propria ossessione, rende quasi impossibile terminare un compito scolastico o completare un impegno lavorativo.

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A che età si manifestano questi disturbi? Da cosa sono causati? Quali sono i segnali che non vanno ignorati? E come si può aiutare chi ne soffre? Su UniScienza&Ricerca ne abbiamo parlato in quest’intervista doppia con il Dott. Stefano Erzegovesi, Medico psichiatra e nutrizionista, coordinatore delle attività cliniche e di ricerca al Centro per i Disturbi Alimentari dell’Ospedale San Raffaele, e la Prof.ssa Anna Ogliari, Medico, Associato di Psicologia Clinica presso UniSR, Specialista in Psicologia clinica e Psicoterapeuta presso il Servizio di Psicopatologia dello sviluppo.

A che età si manifestano i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA)?

S.E. L’Anoressia (AN) e la Bulimia Nervosa (BN) colpiscono soprattutto l’età adolescenziale (tra i 15 ed i 25 anni). Negli ultimi anni, si vedono più spesso persone con età ancor più giovane (12-14 anni), che richiedono una cura particolarmente tempestiva. Il Disturbo da Binge Eating (BED), ovvero disturbo da alimentazione incontrollata, colpisce invece le persone più adulte (tra i 35 ed i 50 anni).

A. O. L’età di insorgenza dei Disturbi del Comportamento Alimentare si colloca nell’adolescenza, ma sono sempre più frequenti esordi precoci (prima dei 13 anni). I dati raccontano di stime di prevalenza che si assestano tra lo 0,2 (anoressia) e il 3% (bulimia) nelle fasce di popolazione pediatrica. I piccoli in età pediatrica hanno spesso una marcata difficoltà a riconoscere di avere un problema col cibo, tanto da compromettere talvolta la presa in carico e il trattamento.

È vero che di anoressia e bulimia si ammalano solo le donne? I maschi e le femmine mostrano quadri simili o diversi?

Per quanto riguarda anoressia e bulimia nervose la prevalenza è nettamente sbilanciata in favore del sesso femminile (90% donne e 10% uomini). Per quanto riguarda il binge eating disorder, invece, la frequenza è distribuita in maniera uniforme (50% donne e 50% uomini). I maschi che si ammalano di anoressia e bulimia mostrano spesso quadri più complessi, con presenza di altri disturbi concomitanti (ad es. disturbo ossessivo compulsivo e disturbi di personalità). D’altra parte, gli effetti mentali del digiuno (fissazioni ossessive su cibo e peso, sbalzi d’umore, ecc.), che abbiamo ereditato dai nostri antenati, sono assolutamente simili nei maschi e nelle femmine.

No, anche i maschi si ammalano di disturbi alimentari, nonostante il numero di casi nel sesso maschile sia nettamente inferiore rispetto alle femmine. Diversi fattori socio-culturali possono influenzare questa importante differenza di prevalenza, il cui motivo non è ancora chiaro. Inoltre, è importante sottolineare come questo divario tra i generi può portare spesso ad un misconoscimento dell’esordio della psicopatologia nei maschi. Maschi e femmine mostrano quadri clinici sovrapponibili, soprattutto in età pediatrica, ma la faccenda può cambiare in età adolescenziale. Il perfezionismo e la rigidità tipici dei quadri clinici di disturbi del comportamento alimentare può manifestarsi all’esordio nei maschi con una maggiore ricerca di una fisicità perfetta, mediata dall’esercizio fisico e da una vera e propria ossessione/dipendenza dall’attività fisica. Dal punto di vista psichico, di fatto, troviamo lo stesso tipo di psicopatologia, ovvero una marcata preoccupazione per il peso corporeo e per le forme corporee ed una alterazione dei comportamenti alimentari.

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È vero che i disturbi alimentari sono causati dalla famiglia?

È importante essere molto chiari su questo punto: la risposta è assolutamente NO. I disturbi alimentari sono patologie complesse, mai legate ad un’unica causa; al contrario, sono correlate alla somma di moltissimi fattori di rischio differenti, come la predisposizione genetica, il sesso femminile, l’età adolescenziale, alcuni aspetti di temperamento e carattere come il perfezionismo, le difficoltà nelle relazioni familiari, i modelli sociali e massmediatici di magrezza, ecc. Nessuno di questi fattori, da solo, può essere la causa di un disturbo alimentare. È invece importante decolpevolizzare le famiglie ed aiutarle a diventare una risorsa, più che un ostacolo, nella cura del disturbo alimentare.

È falso. Sappiamo che i disturbi alinentari hanno una eziologia, cioè una origine, multifattoriale. Concorrono all’esordio della malattia fattori biologici e ambientali complessi che funzionano come fattori di rischio o predisposizione, scatenanti e di mantenimento (il perfezionismo, commenti sulla forma fisica, bullismo, diete…), sebbene di per sé non siano sufficienti a spiegare l’esordio e il mantenimento del circolo vizioso della malattia. La famiglia è solo uno di questi fattori, e di certo non è stata mai descritta una causalità diretta tra una particolare conformazione famigliare e il rischio di disturbi alimentari.

La moda delle modelle magre fa ammalare le ragazze di anoressia?

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Vale quanto abbiamo già detto per le famiglie: certamente la moda delle modelle magre è un fattore di rischio per disturbi alimentari ma, altrettanto certamente, la moda delle modelle magre, da sola, non basta mai per far ammalare una persona di tali disturbi. C’è sempre bisogno della presenza, concomitante e contemporanea, di più fattori di rischio, individuali, familiari e sociali.

Falso. Così come per la famiglia, anche i fattori socio-culturali sono parte del processo, ma non gli unici responsabili dell’esordio. Il costante interesse per una fisicità perfetta e invidiabile può essere inserito in un modello di fattori di rischio che agiscono in modo spesso consecutivo, quali fattori predisponenti (come siamo fatti dal punto di vista biologico, genetico e psicologico), precipitanti (eventi o situazioni che scatenano l’insorgenza del disturbo come lutti, bullismo, insuccessi…) e di mantenimento, che impediscono il ritorno alla normalità.

Come faccio ad accorgermi che una persona cara si sta ammalando di un disturbo alimentare?

La premessa indispensabile, da dirsi tutti i giorni, è “non siamo degli indovini”. È nella natura dei disturbi alimentari avere degli esordi insidiosi, con sintomi sfumati che, visti singolarmente, possono sembrare fisiologici per un’epoca di grandi cambiamenti come l’adolescenza. Per questo non serve colpevolizzarsi con domande senza risposta del tipo “Come è possibile che non mi sia accorto di nulla?”.

Detto questo, ci sono alcuni segni iniziali che, se riconosciuti per tempo, possono aiutare ad indirizzare la persona sofferente di disturbo alimentare verso la cura più adatta.

Vediamo insieme alcuni di questi “campanelli d’allarme”:

si mangia meno del solito e ci sono sempre mille motivi diversi per giustificarlo: “oggi fa caldo”, “mi fa male la pancia”, “ho mangiato tanto a scuola”.

cambia il modo di stare a tavola: non più chiacchiere ed atteggiamenti conviviali, ma silenzi, estrema concentrazione sul piatto, lentezza nel mangiare, rituali di sminuzzamento del cibo.

il cibo diventa un’ossessione: si mangia poco e si cucina molto, si collezionano ricette, si vuole fare la spesa per tutta la famiglia.

cambia il modo di vivere il proprio corpo: si cambia modo di vestire, si chiedono rassicurazioni (“mi è venuta la pancia?” “ho le gambe grosse?”), si diventa assidui frequentatori di blog/siti che esaltano in maniera inappropriata la magrezza o la forma fisica.

l’attività fisica non è più un’occasione per rilassarsi e stare con gli altri, ma diventa un dovere ossessivo (“oggi la piscina è chiusa, devo comunque andare in palestra”, “anche se piove devo correre 10 km”).

in alcuni casi, si notano ingiustificate fughe verso il bagno subito dopo il pasto, per i motivi più vari (“voglio lavarmi subito i denti”, “dopo mangiato mi scappa subito”), che si correlano ad episodi di vomito autoindotto.

Spesso non è semplice accorgersene. Non di rado i pensieri distorti che riguardano il corpo arrivano molto prima dei comportamenti alimentari distorti: capita allora che i pensieri si insinuino in modo subdolo nel cervello del soggetto, anche nei più piccoli, innescando quei circoli viziosi ai quali fanno seguito i sintomi che preoccupano di più (dimagramento, selezione di alcuni cibi, esclusione di altri, rituali nella preparazione, rituali nella assunzione di cibo). A volte i più piccoli riferiscono l’insorgenza dei comportamenti restrittivi in seguito ad alcuni episodi di strozzamento da cibo (“pensavo di morire soffocato”) o di vomito. Ciò che più preoccupa infine è la comparsa di depressione e irritabilità, che sono spesso la conseguenza del nuovo stile alimentare disfunzionale e che portano ad un’alterazione della socialità. Se accorgersi all’inizio è difficile, c’è un momento in cui il comportamento diventa evidente. Il consiglio ai genitori è quello di prestare attenzione a richieste quali: “voglio dimagrire, posso fare la dieta?” “vorrei poter essere perfetta ed invidiabile”…e spiegare ai ragazzi quali rischi potrebbero correre.

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Come posso aiutare una persona cara che ne soffre?

In moltissimi modi, sapendo comunque che l’aiuto e la vicinanza, nel caso di un disturbo alimentare, non portano mai a risultati immediati. Ricordiamoci quindi le cose da non fare mai e le cose da fare sempre:

DA NON FARE MAI

– la prima regola è “nessun giudizio, nessun commento”: non serve a nulla e, spesso, ottiene l’effetto uguale e contrario (es. “non ti si può guardare da quanto sei magra”, “presto morirai”, “sei tu che non ti impegni”).

– i disturbi alimentari sono disturbi complessi, e non c’è mai un’unica causa; quindi mai colpevolizzare un fattore esterno (es. “è stata l’amica che si è messa a dieta che l’ha influenzata”) o, peggio, un fattore familiare (es. “è la mamma che la stressa troppo”, “è il papà che non ci parla mai”).

a tavola non si discute e non si litiga. Se il pasto venisse comunque rifiutato (tutto o in parte), se ne parlerà più tardi.

mai essere complici della malattia rimandando il problema, “tanto passerà con la crescita”.

– ricordiamo sempre che i cambiamenti indotti dall’anoressia servosa sono lievi, quasi impercettibili, ma progressivi e persistenti, come la classica “gocciolina che continua a cadere e spacca la roccia”. Quindi mai pensare “non facciamo niente, oggi è andata così ma domani passerà”: i sintomi di disturbo alimentare, se non curati, rarissimamente passano da soli.

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DA FARE SEMPRE

i genitori devono parlarsi tra di loro e stabilire una linea comune da tenere con il figlio: un messaggio di cambiamento, per quanto forte e tecnicamente corretto, viene recepito poco se trasmesso da un solo genitore.

il rifiuto del cibo è rarissimamente in relazione a motivi fisiologici (“sarà la crescita” o, peggio, “saranno capricci”) o motivi organici (“sarà la tiroide”), quindi teniamo sempre a mente al concomitanza di un disagio psicologico, più o meno nascosto.

– nel parlare con la persona cara, mettiamo in evidenza le alterazioni della qualità di vita (“non vedi più i tuoi amici?”, piuttosto che “mi sembra che la tua vita sia meno felice di prima”) ed evitiamo giudizi sulla persona (tipo “guarda come ti sei ridotta”).

– in ogni caso, anche solo nel dubbio, accompagnate la persona a voi cara dal medico di famiglia e, successivamente, presso un centro specializzato in disturbo alimentare.

Accompagnare una persona cara che ne soffre è estremamente difficile. I disturbi alimentari sono difficilmente comprensibili da chi non ne soffre e portano con sé un grosso carico emotivo, cognitivo, di sensi di colpa e di inutilità. Il modo migliore per aiutare è affidarsi ad una équipe multidisciplinare (medico psichiatra, psicologo, nutrizionista, educatore) che possa farsi carico di tutte le difficoltà mediche e psicologiche del soggetto che soffre di disturbi alimentari e dei membri della famiglia, in modo che ognuno possa avere indicazioni precise su cosa fare nei momenti più delicati, dai pasti ai momenti di confronto, con la certezza che solo un lavoro lungo di supporto e pazienza può portare ad una guarigione.

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