Alzheimer: un esame della retina potrebbe aiutare a predirlo precocemente?

Diagnosticare la malattia di Alzheimer prima della comparsa dei segni clinici, grazie a un esame della retina: è questa la prospettiva futura che emerge da uno studio condotto presso l’Istituto San Raffaele di Milano, pubblicato sulla prestigiosa rivista Scientific Reports, del gruppo Nature.

La retina è una sorta di “estroflessione” del cervello: la nostra speranza è di usarla per individuare dei biomarcatori che ci consentano di identificare se un paziente è a rischio di sviluppare Alzheimer” racconta il Prof. Giuseppe Querques, Associato di Oftalmologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e primo autore della ricerca.

LA RETINA COME “CERVELLO IN MINIATURA”

Spiega il Professore: “Il nostro lavoro è nato diversi anni fa da una collaborazione tra la nostra Unità (diretta dal Prof. Francesco Bandello) e quella di Neurologia, diretta dal Prof. Giancarlo Comi”. La retina è una sorta di “estroflessione” del cervello, al quale rimane connessa per mezzo del nervo ottico: “Studiando la retina è possibile fare considerazioni circa ciò che sta accadendo nel cervello e studiare patologie neurologiche quali sclerosi multipla, neuriti ottiche (infiammazioni del nervo ottico) e Alzheimer”.

Proprio su quest’ultima si concentra la patologia che raccontiamo.

Photo credit: ShutterStock
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Presso il Reparto di Neurologia sono state visitate due popolazioni: pazienti affetti da Alzheimer conclamato, e pazienti con MCI (Mild Cognitive Impairment, disfunzione cognitiva lieve), cioè che non presentano ancora Alzheimer, ma che sono ad alto rischio di progredire verso la patologia”.

Questi gruppi sono stati sottoposti a una valutazione neurologica che comprendeva diversi esami, inclusi elettrocardiogramma, elettroencefalogramma, tac o risonanza magnetica, e biomarcatori nel fluido cerebrospinale, specialmente la proteina beta amiloide, una sostanza tossica coinvolta nello sviluppo dell’Alzheimer, uno dei biomarcatori più importanti per effettuare una diagnosi della malattia.

A seguito di questa visita neurologica siamo subentrati con una consulenza oculistica, visitando i pazienti Alzheimer e i pazienti con MCI grazie a degli strumenti che abbiamo integrato nella nostra pratica clinica:

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  • OCT (optical coherence tomography) e OCTA (OCT angiography), due strumenti simili ad una TAC, senza tuttavia utilizzare pericolose radiazioni, e che vengono utilizzate per studiare la struttura retinica e i vasi oculari;
  • DVA (dynamic vessel analyzer), che studia la motilità dei vasi sanguigni, donatoci dall’ente SOStegno 70, [un’associazione onlus nata grazie al sostegno del Centro di Endocrinologia dell’Infanzia e dell’IRCCS San Raffaele, che da anni si occupa del benessere dei ragazzi diabetici e delle loro famiglie, N.d.R.].

Lo studio è durato circa un anno, al seguito del quale abbiamo analizzato i dati ottenuti dai pazienti: il risultato è stato incoraggiante”.

I PAZIENTI ALZHEIMER E MCI PRESENTANO UNA PERDITA DI CELLULE NELLA RETINA

Da un punto di vista morfologico i ricercatori hanno confermato un dato già presente in letteratura: “Complessivamente abbiamo osservato una perdita di cellule nella retina, localizzata soprattutto a livello di quegli strati più strettamente in comunicazione con il cervello, cioè le cellule ganglionari, che sono espressione delle cellule cerebrali nella retina. In particolar modo, sono le cellule magnocellulari, le cellule ganglionari più grandi (da cui il nome), a diminuire notevolmente di numero, tanto nei pazienti Alzheimer quanto negli MCI. Nonostante i pazienti MCI svolgano attività quotidiane in maniera abbastanza normale, si verifica nella loro retina (e nel loro cervello) una perdita cellulare importante, al pari di ciò che accade nei pazienti Alzheimer.

STESSO NUMERO DI VASI SANGUIGNI, MA MENO FUNZIONANTI

La tecnica OCTA ha permesso ai ricercatori di ottenere un dato nuovo e singolare: “Andando ad analizzare i vasi sanguigni, ci siamo resi conto che i pazienti Alzheimer e MCI hanno una struttura vascolare e un numero di vasi simile ai soggetti sani. Questo risultato ci ha molto sorpresi, considerato che si trova in contraddizione con quanto recentemente riportato da un altro studio”. Grazie allo strumento DVA hanno invece indagato la dinamica vascolare: “Abbiamo trovato che in questi pazienti i vasi sono presenti in quantità normale, ma funzionano male”. L’apparecchio studia la dinamica vascolare per 6 minuti, attraverso 3 cicli ripetuti di stimolazione a una luce particolare alternati a momenti di riposo: “Solitamente si osserva una vasodilatazione seguita da una vasocostrizione, ma nei soggetti Alzheimer e MCI la dinamica vascolare risulta alterata, dimostrando una grave compromissione del neurovascular coupling” [l’“accoppiamento neurovascolare”, cioè la capacità di aumentare il flusso di sangue (e quindi la fornitura di ossigeno e glucosio) ai neuroni quando diventano più attivi, N.d.R.]”.

Alcuni membri del reparto di Oftalmologia dell’Ospedale San Raffaele. Il Prof. Querques è in prima fila, in giacca blu; il Dott. Borrelli è in prima fila, il secondo da sinistra. In ultima fila, al centro, il Prof. Bandello, direttore dell'Unità.
Alcuni membri del reparto di Oftalmologia dell’Ospedale San Raffaele. Il Prof. Querques è in prima fila, in giacca blu; il Dott. Borrelli è in prima fila, il secondo da sinistra. In ultima fila, al centro, il Prof. Bandello, direttore dell'Unità.

MENO BETA AMILOIDE NEL FLUIDO CEREBROSPINALE

Interviene il Dott. Enrico Borrelli, secondo autore dell’articolo e consulente medico della struttura: “Questo lavoro ha fatto emergere un altro risultato importante: nei pazienti Alzheimer e MCI abbiamo registrato una stretta associazione tra il diminuito funzionamento dei vasi retinici e la diminuzione della proteina beta amiloide nel fluido cerebrospinale, diminuzione dovuta a un maggiore accumulo di questa proteina nei tessuti, che risultano quindi danneggiati. Altri autori avevano già evidenziato questa correlazione; il merito del nostro lavoro è di averlo dimostrato per la prima volta in vivo nella retina”.

Il nostro studio ha dimostrato che i pazienti MCI presentano già tutte le caratteristiche tipiche dell’Alzheimer, anche se non necessariamente un paziente MCI progredirà verso la demenza” specifica il Prof. Querques. Come si potrà agire su questi pazienti per prevenire o ritardare i danni dell’Alzheimer? “A questa domanda dovranno rispondere i neurologi” conclude il Professore. “Saranno necessari ulteriori studi, ma la nostra ricerca apre le porte alla speranza che un giorno potrebbe essere possibile iniziare per tempo i trattamenti per prevenire l’Alzheimer: sarà una bella sfida”.

Photo credit: ShutterStock
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